Cerca nel Blog

sabato 22 dicembre 2012

Speciale Hush Hush Series: Il primo vero incontro tra Patch e Nora, visto con gli occhi di lui!




Buongiorno lettori compulsivi! In occasione dell'uscita il 2 gennaio dell'ultimo capitolo della saga de Il bacio dell'angelo caduto di Becca Fitzpatrick, edito da Piemme Freeway, ho deciso di postarvi un estratto che si trova nell'edizione economica del terzo volume della quadrilogia, Sulle ali di un angelo: il primo vero incontro tra Patch e Nora visto dagli occhi di lui.




Patch dondolò la sedia all’indietro, allungò le braccia e le incrociò dietro la testa, gli occhi fissi sulla porta d’ingresso del caffè di Enzo. Aveva chiesto un tavolo in fondo, in un angolo quasi buio. Su tutti gli altri tremolava la fiamma di una candela, ma Patch aveva spento la sua con le dita subito dopo essersi seduto. Dall’altra parte del tavolo Rixon era stravaccato sulla sedia, lo sguardo perso in aria, evidentemente annoiato.
- Ti aspetterò fino alla fine dei miei giorni, – canticchiò Rixon.
- Un uomo non può fare altro. Hai bevuto insieme ai demoni – si interruppe e, inarcando un sopracciglio con fare teatrale, indicò un punto sotto i piedi – dell’inferno, e hanno quasi viiiintoo.
Patch sorrise. – Ti stai esercitando per le audizioni di American Idol?
Rixon gli diede un calcio sotto il tavolo. – Quand’è che mi dirai che cosa hai in mente?
Passò una cameriera e lasciò due caffè sul tavolo.
Patch ne bevve un sorso. – Che cosa ho in mente?
– Veniamo qui da… Enzo, giusto? Ogni giovedì sera verso le otto. Da cinque settimane di fila. Credevi non me ne fossi accorto?
– Quattro settimane.
– Il ragazzo da contare – ribatté Rixon con aria di sufficienza.
– Fanno un buon caffè.
– Certo. Peccato che tu non possa sentirne il sapore – osservò Rixon. – Passiamo alla balla numero due.
– Mi piace l’atmosfera.
Rixon spalancò gli occhi per lo stupore. – Le ragazze qui hanno meno di vent’anni. Che ne dice di andare a rimorchiare qualche tipa che abbia la nostra stessa età?
Settecento anni, almeno.
– Non sono qui per le ragazze. – «Per una soltanto.» Il suo sguardo si posò velocemente sull’orologio, quindi tornò alla porta. «Ci siamo.»
– Non sei qui per le ragazze – ripeté Rixon. – Né per il gioco d’azzardo, l’alcol, i combattimenti. A quanto pare stiamo sprecando un’ottima serata in un locale rispettabile, quindi, o hai cominciato a dare ascolto all’angioletto sulla spalla o quel tuo cervello malvagio sta architettando qualcosa.
– E?
– E io scommetto sulla seconda. Quello che voglio sapere è per quale motivo vale la pena di venire in un candido ritrovo di adolescenti – disse, guardandosi intorno con aria ostile.
Fuori, dietro le vetrate schizzate di pioggia, una figura familiare arrivò di corsa. La ragazza aveva le braccia incrociate sopra la testa, nel buffo tentativo di ripararsi dall’acqua. Si precipitò dentro, dando una bella spinta alla porta per permettere anche alla sua amica bionda di entrare prima che si richiudesse. Si fermarono un momento all’entrata per scuotersi di dosso la pioggia.
Rixon era ancora in attesa di una risposta, ma Patch aveva già scacciato il suo pensiero dalla mente. Era totalmente concentrato sulla ragazza più bassina delle due: una rossa esile con le spalle dritte e il mento sempre leggermente alzato, un atteggiamento che poteva essere scambiato per presunzione. L’aveva osservata abbastanza a lungo per sapere che si trattava di qualcos’altro e si trastullava con parole come “cauta”, “schiva”, “assennata”.
Lei si era raccolta i capelli in uno stretto chignon, ma vedendo che alcuni riccioli ribelli scivolavano fuori, gli scappò un sorrisetto.
Non aveva certo memorizzato i suoi orari, ma i pantaloni da corsa elasticizzati neri e la felpa con lo scollo a barchetta con cui sembrava stesse facendo a braccio di ferro – la felpa insisteva a scivolarle dalla spalla e lei continuava a tirarla dall’altra parte – dicevano chiaramente che arrivava dalla palestra. Nell’elenco sempre più lungo di cose che stava scoprendo di lei, c’era il fatto che faceva esercizio in modo incostante: una volta la settimana al massimo. E solo quando la bionda, una che faceva le diete a yo–yo, ce la trascinava.
La hostess di sala accompagnò le ragazze verso il tavolo di Patch. Lui abbassò la testa e, con nonchalance, abbassò il berretto da baseball per coprirsi il viso. Le altre volte aveva osservato la ragazza da lontano, facendo attenzione che lei non avesse motivo di guardare dalla sua parte. Di solito si sedeva con il mento appoggiato sulle dita intrecciate e ascoltava concentrata la bionda che continuava a parlare di ragazzi, diete miracolose, relazione finte di celebrità e oroscopi.
La hostess svoltò improvvisamente nella sua direzione e fece accomodare le ragazze a qualche tavolo di distanza.
Patch sentì agitarsi dentro di sé una certa ansia colpevole e la sensazione lo fece quasi ridere. Quando era stata l’ultima volta che aveva provato la paura adolescenziale di essere colto sul fatto, mentre commetteva qualcosa di immorale?
Ma non poteva correre rischi. Si sarebbe presentato alla rossa, facendo apparire il loro incontro casuale. Solo dopo averla conosciuta meglio avrebbe definito con precisione una strategia per guadagnarsi la sua fiducia.
E poi le avrebbe dato la proverbiale mazzata.
Rixon si sbagliava. L’angelo sulla spalla era stato legato e imbavagliato da molto tempo. Patch era mosso unicamente dal proprio bene ultimo: la mera utilità orientava la sua bussola morale. Pianificava tutto, e sempre con lo stesso fine: soddisfare i propri bisogni.
Dopo tutto quel tempo, avrebbe avuto un corpo umano.
Lo voleva, e aveva un piano per ottenerlo. L'essenza della strategia era seduta a pochi passi da lui, impegnata a colpire il ghiaccio del suo bicchiere d'acqua con la cannuccia.
– Non so tu, ma io credo che dovremmo cominciare questo secondo anno con un bel botto – annunciò forte la bionda. – Bando alla noia! Quest'anno sarà epico. Nessuna regola. E niente potrebbe rendere quest'anno più epico che mettermi con Luke Messersmith. Sono già al piano d'attacco: ho scritto il mio numero di telefono sulla porta del suo garage con il pennarello indelebile. Ora non resta che mettersi comodi e aspettare.
– Che cosa? Un ordine restrittivo? – Il viso della rossa era illuminato dai suoi sorrisi. Evidentemente non conosceva l'effetto che provocava, pensò Patch, altrimenti l'avrebbe fatto più spesso.
– Cos'è, non ti piacciono le cose esplicite? – ribatté la bionda.
– I suoi genitori ti metteranno sulla lista nera. Comunque la metti, sette cifre scritte con il pennarello indelebile sulla porta di un garage non sono il miglior modo per rompere il ghiaccio.
Patch non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. Quella settimana più della precedente. Ora che ci rifletteva era sempre stato così, sin dall'inizio. Il fatto che non sembrasse affatto una discendente della stirpe perduta di Chauncey era seccante; in quel caso ucciderla gli avrebbe provocato molto più piacere. Non sapeva che cosa si fosse aspettato, ma certo non quello. Gambe lunghe ma passo cauto, circospetto. Aspetto pudico. Una risata non troppo sonora né troppo debole. Tutto al posto giusto.
Un altro mezzo sorriso affiorò sulle labbra di Patch.
Sentiva l'impulso di incrinare quella sua perfezione. Di mandare a gambe all'aria il mondo che si era costruita con tanta cura. Per farla arrossire sarebbe bastata una battuta, ci avrebbe scommesso.
– Magari la prossima volta prova con un messaggino – suggerì la rossa. – «Ehi, Luke, questo è il mio numero».
Con il resto della popolazione funziona.
La bionda sospirò e appoggiò pesantemente il mento sul pugno chiuso. – E che palle! Comunque acchiappare Luke Messersmith è un terno al lotto. In effetti dobbiamo puntare altrove. Andiamo a esplorare Portland. Cavoli, a Marcie uscirebbe il fumo dalle orecchie. Noi due che ce ne andiamo in giro con dei tipi del college, mentre lei indossa costumi da troia in un negozio di abbigliamento, per di più davanti a preadolescenti bavosi del primo anno.
Rixon portò avanti la sedia facendola strisciare rumorosamente. – Mi arrendo – disse, ora che aveva finalmente attirato l'attenzione di Patch. – Io. Mi. Arrendo.
Che cosa stai cercando?
Patch bevve un altro sorso di caffè. – Di trascorrere dei bei momenti con te.
– Vedi, quando mi menti io soffro – disse Rixon fingendo di asciugarsi una lacrima. – Pensavo che avessimo qualcosa di speciale. Pensavo che le comuni condanne alla dannazione eterna ci legassero l'un l'altro. So che stai architettando qualcosa e te lo caverò di bocca a forza, se necessario.
– Falla finita.
– Vorrei, ma non posso. Non sono stupido.
– Però ti comporti da stupido.
– Certo. Grazie mille. Per tua informazione, c'è una bella differenza tra comportarsi da stupidi ed essere stupidi.
– C'è una linea sottile, ma qualcuno deve tracciare quel limite.
Rixon batté con violenza le mani aperte sul tavolo. – Che cosa ci facciamo qui a parte sperimentare la morte per noia? Se non vuoti il sacco entro tre secondi ti giuro che uso quel tuo sorrisetto arrogante come un punching ball.
«Pazienza. Vedi cosa intendo quando ti dico che non ne hai?» disse Patch nella mente del suo amico.
«Cos'è, giochiamo a rinfacciarci i difetti reciproci? Non è questo il modo di tenere viva un'amicizia. E in quanto ai tuoi, di difetti, hai dimenticato come ci si diverte. Perché non ce ne andiamo a cercare un gruppo di Nephilim da terrorizzare?» Rixon fece per alzarsi.
Patch stava per imitarlo, ma la sua attenzione fu distolta dalla conversazione che si svolgeva a tre tavoli di distanza.
– Perché a scuola non ci sono ragazzi come quei tizi laggiù? Cavolo!
La voce della bionda restò ad aleggiare nell'aria. Patch ebbe appena il tempo di dare un'occhiata e vedere che lei e la rossa avevano gli occhi puntati su di lui, che Rixon gli assestò un pugno sulla mascella. La testa di Patch si piegò di lato, e lui catturò un'immagine chiara, anche se fugace, dell'espressione stupita della rossa.
Una bella seccatura.
– Te l'avevo detto che ti avrei massacrato di botte – urlò Rixon con voce stridula, girando velocemente intorno al tavolo.
Patch scattò in piedi.
Rixon si precipitò su di lui, lo sbatté contro il muro, da cui un quadro appeso cadde a terra fracassandosi in mille pezzi.
Con la coda dell'occhio Patch vide di nuovo lo sguardo sbalordito della rossa, sufficientemente spaventato da fargli provare una certa soddisfazione, e spingerlo ad andare avanti.
D'istinto, Patch si abbassò e il successivo diretto di Rixon gli passò sopra la spalla. Poi sferrò un pugno verso l'alto, colpendo Rixon sotto il mento. Quindi lo attaccò puntando ripetutamente alle costole e allo stomaco. Infine non appena l'amico abbassò la guardia per proteggersi, mirò alla testa. Una volta, due. Altre tre. Dopo cinque colpi diretti, Rixon barcollò fuori portata e alzò le mani.
– Vuoi che mi arrenda, vero? – disse ansimando, con un ghigno in faccia che diceva chiaro e tondo quanto si stesse divertendo per la prima volta in tutta la sera.
La bionda si fece strada tra i tavoli e raggiunse Rixon. Gli tese il tovagliolo indicando la faccia. – Hai un po' di sangue.
– Grazie tesoro. – Rixon si tamponò la bocca con il tovagliolo e fece un cenno d'intesa a Patch. La voce di Rixon si insinuò nella mente di Patch. «Cos'è che dicevo?
Di volere una ragazza sui settecento anni... prendere o lasciare?»
Patch guardò la bionda con aria truce, desiderando di poter usare un trucchetto telepatico per farla tornare docilmente al suo tavolo, ma Rixon l'aveva già notata e stava rivolgendole delle domande. Fece un respiro profondo. Di lì a ventiquattro ore, lui non si sarebbe più ricordato il suo nome, mentre lei aveva una soglia di attenzione leggermente più elevata. Una complicazione.
– Dimmi, tesoro – biascicò Rixon. – Sei mai salita su una Ducati Streetfighter? L'ho parcheggiata sul retro.
La bionda si era già messa la borsa in spalla. – Anche il tuo amico ha una moto? Potrebbe portare la mia amica, Nora. – Patch rimase sorpreso vedendo che lo salutava con un gesto della mano.
– Vee! – il tono della rossa era esasperato.
La bionda non le fece minimamente caso. Si voltò verso Rixon. – Prima però bisogna rimetterti in ordine.
Quest'estate ho seguito delle lezioni di pronto soccorso per bambini: se a qualcuno sanguina il naso, io sono la migliore. – Prese Rixon per la manica e lo trascinò verso i bagni.
Com'era prevedibile, lui le mise un braccio sulle spalle e le appoggiò la testa contro la guancia. – Fai strada, infermiera... Vee, giusto?
Patch si ritrovò accanto alla rossa, incredulo. Due minuti prima aveva tutto sotto controllo, e invece ora il suo piano sembrava essere stato stravolto. Si passò le dita tra i capelli.
La rossa era in imbarazzo. Lo osservò di nascosto per un attimo e poi distolse subito lo sguardo. Lui la spaventava.
Si chiede se le facesse quell'effetto senza motivo o se invece sentisse inconsciamente che cosa voleva da lei.
Dentro di lui si scatenò una strana battaglia tra desideri opposti. Voleva metterla a disagio, ma l'ironia era che aveva anche paura di spaventarla e allontanarla. Ora che le era così vicino, desiderava restarci.
Lei si schiarì la voce. – Pensi di poter dire al tuo amico di ridurre un po' la dose di viscidume? Ancora un po' di vasellina e i paesi produttori di petrolio inizieranno a considerarlo un fornitore.
Patch abbassò lo sguardo su di lei e le sorrise. Da vicino era ancora più carina. Occhi sospettosi ma espressivi, naso aristocratico, qualche lentiggine che probabilmente odiava, e quei capelli. Scarmigliati e ribelli. Aveva voglia di sfilarle l'elastico e lasciare che le ricadessero sulle spalle. A parte il segno Nephilim sul polso, i geni di Chauncey le avevano fatto il favore di risparmiarle altre somiglianze.
– Allora – disse, – sei di queste parti?
Lei si guardò intorno allungando il collo, chiaramente decisa a sembrare assorta in cose più importanti che parlare con lui. – Pare di sì. E tu sei...?
– Jev. – Dalla piccola smorfia che le sfuggì, capì che lo trovava un nome strano. Per la maggior parte degli umani era lo stesso.
– E tu? – chiese lei. – Sei di queste parti? Non ti ho mai visto prima.
– Cerco di non dare nell'occhio.
– E perché?
– Fai un sacco di domande.
Nora ebbe un sussulto. Patch voleva chiudere la conversazione e c'era riuscito. Sapeva di sembrare un imbecille, ma visto quello che aveva in serbo per lei avrebbe potuto fare di peggio. Si rese conto che avrebbe dovuto lasciar perdere, ma ora che ci parlava si sentiva attratto da lei. Quel punzecchiarsi sembrava naturale. E lei rispondeva colpo su colpo. Aveva paura di lui, ma era altrettanto curiosa. Glielo leggeva negli occhi.
Nonostante gli costasse, Patch si girò verso di lei con tutto il corpo, mostrando interesse. Sorrise educatamente.
– Sono in città per affari.
– Che tipo di affari? – chiese lei dopo un minuto.
– Genealogia. Rintraccio componenti di famiglie di cui si sono perse le tracce da molto tempo.
– Su quale famiglia stai indagando adesso?
– Langeais.
– Non mi risulta che ci siano dei Langeais a Coldwater.
Lui si premette la bocca con il pollice per reprimere un sorriso. – A quanto pare mi hai risparmiato un sacco di lavoro.
– Quanto pensi di fermarti in città?
– Tutto il tempo necessario. – Piegò la testa verso di lei con fare cospiratorio. – Sarebbe tutto più veloce se solo avessi una guida, qualcuno che mi porti in giro.
Lei fece un sorrisetto ironico, come se sapesse dove voleva arrivare, ma stette allo scherzo: – Sei fortunato, Vee è un'ottima guida.
Nonostante la sorpresa iniziale, lui contrattaccò: – Ma io preferisco le guide rosse.
– Mi spiace, non conosco nessuna rossa – disse lei con aria contrita.
– Ti sei guardata allo specchio stamattina?
Lei si batté un dito sulle labbra, ben definite e sensuali, un gesto giocoso che attirò l'attenzione di Patch, anche se aveva già avuto il piacere di notarle. Lei si stava lasciando andare, con prudenza, e Patch sentì il ristorante dissolversi intorno a loro, e i rumori di fondo affievolirsi gradualmente.
Una parte di lui rimasta bloccata per troppo tempo si liberò. Stare accanto a lei gli procurava uno strano piacere: una tentazione continua che non faceva altro che aumentare il desiderio nei suoi confronti.
Lei gli teneva testa. – Certo. E mi ricordo di aver visto una castana.
Lui rise, cercando di capire a che gioco stesse giocando.
– Forse dovresti farti controllare la vista.
– Allora è per quello che hai tre occhi, due corna e una zanna giallissima al posto dei denti davanti. – Inchinò la testa da un lato e lo guardò con gli occhi socchiusi.
Lui sorrise. – Mi ha scoperto. Sono un mostro. Jev è il mio apparentemente innocuo – e scandalosamente bello – alter ego.
– Ti ho messo a nudo! – annunciò lei trionfante.
– Che cos'è? Un desiderio inconscio?
La sua franchezza la colse in contropiede. Arrossì, imbarazzata. Restò un attimo incerta, senza sapere cosa fare, quindi indicò il bagno con un gesto impaziente. – Quanto ci vuole a pulire un naso sanguinante?
Lui rise piano. – Non credo sia l'unica cosa che stanno facendo lì dentro.
Lei sgranò gli occhi, sconvolta, poi li socchiuse con aria sospettosa, cercando di capire se stesse scherzando. Per una volta no, non stava scherzando. – Forse dovresti andare a bussare alla porta – suggerì alla fine.
Il suggerimento non gli piacque; non aveva nessuna fretta di concludere la serata. Il pensiero di lasciarla ora gli era intollerabile. Gli sembrava passato così tanto tempo da quando aveva provato interesse per qualcuno che era come fosse la prima volta. Non provava quella sensazione da molto.
– Non servirebbe a molto. L'unica cosa che potrebbe catturare l'attenzione di Rixon è il suono del motore della sua moto. Si accorse anche solo se qualcuno ci alita sopra.
Se vuoi tirarlo fuori da lì, è la soluzione migliore.
– Stai dicendo che dovrei prendergli la moto e farmi un giro?
– Ti vedevo più come mia complice – buttò lì.
– E perché vuoi che venga con te?
«Per poter stare da solo con te abbastanza a lungo da cancellarti la memoria.» Anzi, per essere del tutto onesto, per stare da solo con lei punto e basta. Abbassò lo sguardo sulla sua bocca e godette del piacere segreto di immaginare mentre la baciava. – Fammi indovinare. Non sei mai salita su una Ducati Streetfighter.
Ecco di nuovo quel mento sollevato. – Come fai a dirlo?
– Basta salirci sopra una volta per restarne folgorati. – Indicò l'uscita. – Ora o mai più.
– Io non vado con tizi che conosco da tre secondi.
– E un tizio che conosci da, diciamo, venti secondi avrebbe maggiori probabilità?
Con sa grande sorpresa, lei rise. Gli piaceva il suono della sua risata, e pur sapendo quanto fosse poco saggio, voleva farla ridere ancora.
– Veramente – disse sorridendo, più a suo agio adesso, – quel tizio vedrebbe ridotte drasticamente le sue chances.
Venti è il mio numero sfortunato.
– E il tuo numero fortunato, qual è?
Lei si morse le labbra, meditando se rispondere o no.
Oltre la testa di Nora, Patch vide spuntare dal bagno Rixon con un pezzetto di carta igienica premuto sul naso.
Sollevò il berretto e si accarezzò i capelli, frustrato. Troppo veloce, persino per gli standard di Rixon.
– È un numero compreso tra uno e dieci? – chiese Patch.
Gli era appena venuta in mente un'idea.
La rossa annuì.
– Indica il numero dietro la schiena. Se indovino, tu e io ce ne andiamo a fare un giro in moto. Non dev'essere per forza stasera – aggiunse in risposta alla sta espressione scettica. – La prossima volta che ti offro un passaggio in moto, mi dici di sì. È semplice.
Lei sostenne il suo sguardo a lungo, poi cedette con un'alzata di spalle. – Hai una probabilità su dieci, ce la posso fare.
«Quante dita ha alzato?» chiese nella mente di Rixon.
Sentendolo, Rixon alzò la testa e fece un largo sorriso.
«Ti lascio solo per cinque minuti e ti trovo a correre dietro alle sottane?»
«Dita?» ripeté Patch.
«E io cosa ci guadagno?»
«La prossima volta che combattiamo, ti concedo di farmelo sanguinare tu, il naso.»
«Mi concedi?» Rixon rise in silenzio gettando indietro la testa. «Vorrei ricordarti che non più tardi della settimana scorsa ti ho quasi fatto saltare un dente con un pugno.»
– Be'? – lo pungolò la rossa. – Ti si sono arrugginite le capacità telepatiche?
«Domani sera comandi tu», rilanciò Patch.
«E faremo tutto quello che voglio? Anche terrorizzare dei Nephilim minorenni?»
Patch sospirò. «Tutto.»
«D'accordo amico. Andata. Ha otto dita alzate. Ma non metterti a flirtare troppo, ché i sette minuti in paradiso con la terapia di Vee sono finiti. Io sono pronto ad andare.»
Patch chiuse gli occhi e tese i muscoli del viso per farle credere che si stava concentrando. Aprì un occhio e fissò la rossa con aria meditativa. – Proviamo con... otto? – disse con la giusta dose di incertezza a rendere la cosa credibile.
La rossa rimase a bocca aperta – Non è possibile.
Patch si fregò le mani. Si stava davvero divertendo. – Sai che cosa significa. Mi devi un giro in moto, Nora. – Il nome era stato un errore. Aveva deciso di trattarla con freddo distacco, riferendosi sempre a lei come la rossa. Non pensava di rischiare emotivamente, ma aveva pur sempre a che fare con una bella ragazza. Aveva imparato la lezione, ecco perché stava sulla difensiva.
– Hai barato – lo accusò.
Lui sorrise; non sembrava così delusa, e lo sapeva.
Così Patch stette al gioco, fingendo un'aria innocente. – Ogni scommessa è debito.
– Come hai fatto?
– Forse la mia telepatia non è poi tanto arrugginita.
Rixon si avvicinò e gli diede una pacca sulla spalla. – Leviamo le tende, amico.
– Dov'è Vee? – domandò la rossa.
Con un tempismo perfetto la bionda emerse dal bagno, si accasciò contro lo stipite della porta, mimò il cuore che batteva impazzito ed esclamò, senza emettere alcun suono, Ullallà!
– Che cosa le hai fatto? – chiese la rossa a Rixon.
– Le ho regalato un sorriso. Dove li ho presi ce ne sono ancora – aggiunse Rixon mentre Patch lo spingeva verso l'uscita.
– Lascia perdere – disse suo malgrado Patch alla rossa.
Non era pronto per smettere di parlarle, ma non voleva nemmeno che si imprimesse troppo nella mente di Rixon.
Per il momento voleva tenere per sé la sua vera identità.
La rossa sembrava confusa. – Allora ci si vede in giro – disse con aria un po' spaesata. E in fondo, date le circostanze, avrebbe potuto provare anche lui quello stato d'animo.
– Sicuro – rispose Patch. Prima di quanto lei non credesse. Aveva già in mente di fare una visitina, più tardi, prima alla bionda e poi alla rossa.
Se tutto quello che era accaduto quella sera fosse successo sette o otto mesi dopo, sarebbe stato perfetto.
Ora invece all'idea di dover cancellare i loro ricordi, e fare tabula rasa nella memoria della rossa, provava un certo rammarico. Avrebbe voluto che lei si ricordasse di quella sera, che si ricordasse di lui.
Si immaginò per un attimo mentre la sacrificava – un pensiero che gli era girato per la testa centinaia di volte ...
Per la prima volta non si limitò ad osservare se stesso, ma immaginò anche lei. Aveva pianificato di tradirla prima e di ucciderla poi. Chissà che cosa avrebbe pensato di lui se l'avesse scoperto. L'idea di trascinarla fuori dal locale subito e togliersi il pensiero gli balenò in mente, incontrollata e allettante, ma la scacciò. Poteva farlo in qualsiasi momento, anche più avanti.
La sua esitazione, però, lo infastidì. Qualcosa gli diceva che ucciderla non sarebbe stato facile. E non aveva semplificato le cose flirtando con lei e divertendosi a farlo, per giunta. Più di quanto fosse disposto ad ammettere.
Cercando di rimettere a fuoco i pensieri, chiuse gli occhi un momento e visualizzò l'obiettivo finale. Quando l'avesse sacrificata, avrebbe ottenuto un corpo umano. Non era complicato. Qualunque cosa si fosse messa in mezzo, incluso il suo tumulto interiore, era irrilevante.
Senza riflettere, si voltò furtivamente a guardarla, solo per vedere il suo viso un'ultima volta. E si accorse che anche lei lo stava osservando. Negli incantevoli occhi grigi che lo avrebbero ossessionato brillava una domanda.


Cosa ne pensate? Io lo adoro! 

3 commenti:

  1. Bellissimo...spero di trovarlo questo libro❤

    RispondiElimina
  2. Scusate se sono ancora io...ma volevo chiedere una cosa perché ho una curiosità...allora,la parte di questo "Capitolo" finisce così o va avanti??
    Grazie,per la futura risposta❤

    RispondiElimina

I vostri commenti alimentano il mio blog!
Lasciate un segno del vostro passaggio e io sarò felice di potervi rispondere :)